LA NARRATIVA NEL PRIMO NOVECENTO: UNA CHIAVE PER CAPIRE IL REALE

Verso la fine del XIX secolo si avverte nella narrativa europea la crisi del romanzo naturalista, borghese, tipicamente ottocentesco. La nuova produzione inseritasi nel clima del nascente Decadentismo, di cui due esempi sono il celeberrimo Il ritratto di Dorian Gray di Wilde e Controcorrente di Huysmans, proclama inevitabilmente la crisi della narrativa naturalistica, tesa ad indagare in maniera oggettiva e impersonale i diversi aspetti del reale.

Agli inizi del Novecento si perde l’illusione positivistica nella capacità di rappresentare il reale, dovuta sia ad una crisi del determinismo sotteso a queste concezioni letterarie, che ad una diffusione di tendenze irrazionalistiche nei vari campi del sapere.

Dal campo dell’arte a quello della scienza, il relativismo e l’irrazionalismo sembrano minare le certezze secolari su cui si è fondata per secoli la moderna società occidentale.

Il pensiero filosofico di Bergson e l’eco letteraria in Pirandello in Svevo

Si guardi al pensiero filosofico elaborato da Henri Bergson che intende esplorare la dimensione soggettiva dell’io e la percezione interiore del tempo. Questa ricerca, che svela la dimensione più intima della coscienza, finisce per afferrarne l’inesauribile vitalità come il filosofo spiega mediante il concetto di slancio vitale, definito élan vital nel saggio Evoluzione creatrice del 1907. Bergson, dilatando l’esperienza percettiva, apre la strada a percorsi letterari e artistici del tutto rivoluzionari.

Pensando all’attività filosofica e letteraria di Pirandello, risulta immediata la relazione tra le tendenze irrazionali della filosofia bergsoniana e la caduta della “maschera”, intesa come costruzione sociale, in Luigi Pirandello. È proprio lo scrittore siciliano ad augurarsi nel primo Novecento l’avvento di un romanziere che riuscisse a “lacerare la tela abilmente tessuta del nostro io convenzionale”, come mostrano i continui passaggi di identità di Mattia Pascal, il suo sentirsi “fuori dalla vita” e il vitalismo sfrenato dell’explicit di Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila.

Nel campo della narrativa italiana, le tendenze antipositivistiche incontrano un fervido creatore in Italo Svevo. La sua scoperta di una natura umana più intima e profonda, vede un contributo essenziale nello sviluppo della psicoanalisi freudiana, che permette di narrare le vicende del personaggio di Zeno Cosini dal punto di vista del protagonista medesimo. Il narratore de La coscienza di Zeno, è un narratore auto diegetico, dunque interno alla storia e del tutto inaffidabile, perfetta antitesi del narratore onnisciente manzoniano ancora in grado di dominare gli eventi del reale.

Il rinnovamento delle prospettive conoscitive non può non coinvolgere anche le scoperte scientifiche. Ogni ambito del sapere viene coinvolto dalla crisi Positivistica che aveva sorretto il progresso scientifico del XIX secolo e un esempio lampante ne è l’elaborazione della teoria della relatività formulata da Albert Einstein nel 1915. Anche nell’ambito della fisica, vengono meno le certezze su cui si era basata l’interpretazione razionale della realtà e subentrano una molteplicità di prospettive che vedono nel relativismo l’unica possibile categoria conoscitiva del reale.

La diversa percezione delle categorie di spazio e tempo

Anche le categorie di tempo e spazio, kantianamente intese nei secoli XVIII e XIX secoli, vengono minate da questi fenomeni culturali. Il tempo finisce per acquisire una dimensione sempre più interiore, in quanto vissuto della coscienza del personaggio. La categoria dello spazio, da mimesi della realtà, assume una valenza propriamente simbolica, a tratti irrazionale.

Di qui la crescente adozione di tecniche narrative che restituiscano l’esperienza interiore del soggetto, scavando nei territori oscuri della psiche. È il caso della tecnica narrativa adottata da Virginia Woolf in Gita al faro (1927), in cui la focalizzazione multipla agisce sui vari piani della narrazione scavando nella dimensione più intima dei protagonisti.

Oppure si pensi al flusso di coscienza, al monologo interiore e altre tecniche narrative sperimentate dall’Ulisse di James Joyce, capolavoro della narrativa novecentesca, pubblicato tra il 1918 e il 1920. Grazie alla capacità di Joyce di raccontare gli eventi attraverso la coscienza dei personaggi, L’Ulisse esibisce mutevoli e frammentari punti di vista che offrono una visione quanto mai disgregata e frammentaria del reale.

Il viaggio compiuto da Ulisse nel romanzo di Joyce ha dei precedenti letterari molto espliciti con l’omonimo protagonista del XXVI canto dell’Inferno dantesco, ma è un viaggio metaforico. È un viaggio non al di fuori di sé, come quello dantesco che mostra la conoscenza spinta al di fuori dei limiti imposti da Dio, ma un viaggio interiore, ambientato totalmente nella propria coscienza. Il viaggio dell’Ulisse di Joyce è il viaggio dentro una zona indefinibile, oscura in cui si confondono i limiti tra il conscio e l’inconscio, è un viaggio come metafora emblematica dell’arte novecentesca.